Il vino friulano alla conquista del mondo

Il vino friulano alla conquista del mondo

Le vendite di vino all’estero rappresentano storicamente una delle esportazioni più importanti; l’Italia è il Paese esportatore enoico più importante in diversi stati, nelle prime posizioni in volume se non in valore.

Il 2019 ha rappresentato un anno piuttosto fluttuante, con incrementi e decrementi che si sono susseguiti senza soluzione di continuità. Il +16% di settembre è stato, però, prodromico di un ultimo trimestre estremamente negativo.

A fare la parte ‘della pecora’ i vini spumanti venduti nel Regno Unito; il pericolo-Brexit e l’incognita legata alle conseguenze per le decisioni di Boris Johnson hanno convinto gli importatori ad anticipare l’arrivo delle scorte natalizie a fine estate anziché parcellizzarlo negli ultimi mesi dell’anno; i consumi interni sono stabili tendenti ad un leggero calo.

Negli Stati Uniti si attendono a giorni le parole di Donald Trump, che potrebbe decidere un netto aumento dei dazi a carico del vino italiano; contestualmente anche gli altri paesi europei, già colpiti da un incremento a settembre scorso, potrebbero ulteriormente ‘pagare dazio’.

L’Italia ha comunque chiuso il 2019 in linea con quello precedente: lieve aumento di volume, maggiore (4,8%) in valore. Ma il futuro per il paese storicamente più recettivo per i prodotti italiani (gli USA) è un’ipotesi.

Donald Trump, possibilista, è stato convinto dall’ala dura del suo mandato (Wilbur Ross, segretario di Stato con delega al Commercio, e Steven Munchin, delega al Tesoro) assieme al rappresentante al commercio Robert Lighthizer hanno portato sul tavolo i dossier su importazioni di auto tedesche (che palesa seri rischi per l’indotto italiano), digital tax francese contro i colossi dell’high tech e contenzioso su Airbus-Boeing; proprio quest’ultimo dossier tiene sulle spine l’industria agroalimentare italiana.

L’amministrazione Trump ha infatti intenzione di applicare entro gennaio nuovi dazi sui prodotti europei in aggiunta a quelli entrati in vigore in ottobre. Dopo aver colpito formaggi, salumi e liquori, la scure potrebbe calare su olio, vino e pasta. Gli Usa potrebbero farlo in virtù del parere del Wto che in ottobre li ha autorizzati a imporre dazi ai prodotti europei per 7,5 miliardi di dollari, come compensazione per gli aiuti europei al consorzio Airbus.

‘Non sarebbe certo la prima volta – denuncia Ettore Prandini, presidente di Coldiretti – che gli agricoltori subiscono penalizzazioni da dispute geopolitiche estranee alla loro attività’. Ha ragione: i dazi di ottobre, che hanno cresciuto la percentuale applicata del 25%, hanno penalizzato per un valore di mezzo miliardo di euro prodotti come Parmigiano, Grana, Gorgonzola e altri formaggi, ma anche salumi, succhi e alcuni liquori tradizionali.

La nuova black list comprende ora il vino (da solo vale 1,5 miliardi di euro di esportazione), olio (400 milioni), pasta (310 milioni), alcuni tipi di biscotti e caffè. Così verrebbero complessivamente colpiti più di due terzi dell’export di cibo italiano negli Usa per un valore di circa 3 miliardi.

Nella speranza che non arrivino nuove penalizzazioni, il ministro all’Agricoltura Teresa Bellanova e le associazioni agricole chiedono alla Commissione Ue di individuare meccanismi compensativi. La quale cosa, se rappresenta un tampone a breve termine, non sana il vulnus originale.

Il consumo interno di vino è, infatti, ancora corposo ed importante; ma l’intero comparto vitivinicolo non può prescindere dalle esportazioni, e nel particolare di paesi come UK ed USA. Se infatti le piccole aziende non sempre esportano i propri prodotti imbottigliati, questo mercato permette di dare sfogo a partite di vino sfuso che da queste viene venduto ad aziende più strutturate.

Dello stesso avviso Giovanni Mantovani, direttore di Veronafiere ed organizzatore della kermesse enoica più importante in Italia (Vinitaly). Secondo Mantovani per il comparto vino ‘la preoccupazione è enorme: basti pensare che, complici anche le scorte accumulate nei mesi precedenti, i vini fermi francesi sottoposti all’extradazio del 25% hanno registrato un calo di vendite negli Usa del 36% a valore nel solo mese di novembre rispetto alla stessa mensilità sul pari periodo 2018. Contestualmente, secondo il nostro Osservatorio Vinitaly Nomisma Wine Monitor, l’Italia ha chiuso il mese con una crescita di quasi il 10%’

‘Con le possibili imposte aggiuntive – continua Mantovani – la produzione interna potrebbe perdere quote di mercato difficilmente recuperabili in futuro, a tutto vantaggio del Nuovo Mondo produttivo. Da parte nostra – ha concluso il direttore generale di Veronafiere – proseguiamo nella nostra attività di supporto del settore nel principale mercato mondiale, anche con una task force operativa in grado di ampliare del 20% la presenza di operatori statunitensi ospiti già a partire dal prossimo Vinitaly e al tempo stesso di accelerare sulle nuove frontiere commerciali di un comparto ancora troppo legato agli sbocchi tradizionali’

Siccome le decisioni di un Paese sovrano non sono sindacabili, l’Italia dovrà intraprendere da parte sua, senza attendere decisioni comunitarie, iniziative atte al sostegno della produzione enologica: guardando al Friuli-Venezia Giulia, che sta già faticando per continuare ad imporre un’immagine fatta di qualità ed eccellenza, le parole d’ordine dovranno essere le solite: sistema, collaborazione, massa critica. Enti consortili e governativi dovranno aiutare i produttori ad aumentare la propria visibilità; al contempo questi saranno obbligati, finalmente, a rinunciare ad una piccola fetta della propria indipendenza a beneficio dell’immagine regionale.

Accanto a questo, sembra opportuna una sempre più intensa attenzione alla sostenibilità, all’etica della produzione, all’innovazione tecnologica per ridurre l’impatto di agenti chimici coadiuvanti: moltissimi mercati sono infatti attenti, ad esempio, a bassi o nulli contenuti di anidride solforosa.

In Giappone, ad esempio, stanno fiorendo ‘orange bar’ dove vengono serviti solamente vini macerati, i cosiddetti ‘orange wine’. Negli Stati Uniti, invece, molti supermercati specializzati in prodotti biologici o sostenibili richiedono ai fornitori specifici capitolati che prevedono proprio l’eticità della produzione.

Come dice sempre il mio maestro enoico, ‘saranno buone bottiglie che noi non saremo’; l’importante, però, è essere al passo con i tempi. Per non rimpiangere, domani, la timidezza nel non aver reagito prontamente ai cambiamenti imposti dai mercati internazionali.

 

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